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MiRelLa, ritratto, narrazione, biografia

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MiRelLa, ritratto, narrazione, biografia

di Roberto Malfagia in Editoriali, Riflessioni

MiRelLa di Fausto Podavini è un prezioso esempio di come la fotografia possa essere un modo per raccontare una persona, farne un ritratto per immagini. Il fotografo, nella presentazione del suo lavoro, ci dice che le fotografie sono un tentativo di raccontare la malattia, l’Alzheimer del coniuge di Mirella, Luigi. Ancora prima di iniziare la lettura delle immagini, il titolo da un’indicazione di lettura forte: è a Mirella che dovremmo guardare durante tutta la narrazione fotografica. La malattia non è affrontata dal punto di vista del malato, ma di chi lo assiste. Lo stesso Podavini racconta che dopo mesi di lavorazione, di scatti che non riuscivano a trovare la strada per raccontare la malattia di Luigi, ha visto Mirella. Mirella c’è sempre stata, anche prima, ma l’attenzione non era su di lei, rimaneva ai margini della narrazione, tutta convogliata su Luigi. Ed è stata nella difficoltà di trovare un modo di raccontare la malattia, senza costruire metafore, come ricorderebbe Susan Sontag, che Podavini a compiuto un spostamento. Il punto di vista non è più su Luigi o di Luigi, ma è il punto di vista di Mirella. E’ lei con le sue spalle forti e decise che ci introduce dentro il mondo-casa della vita a di coppia attraversato dalla malattia. Cambiare il punto di vista, iniziare a seguire lei, porre attenzione ai dettagli, ai gesti quotidiani che la donna compie, permette di fare un ulteriore spostamento: passare dalla malattia alla cura. Ogni immagine di MiRelLa mostra il farsi della cura non solo come azione sul paziente ma anche come riflesso su chi la cura la assolve. Parafrasando György Lukàcs nel comporsi dei gesti, nel modo di procedere e stare della donna, nel suo modo di reagire alle cose e agire su di esse Podavini riesce a delineare la personalità di Mirella, forse anche una concezione della coppia, della relazione, della malattia e della cura.  Questo lo fa, come osserverebbe Umberto Eco, disponendo con coerenza i mezzi scelti per descriverla, portando a un’equilibrata esasperazione comportamenti che c’è dato di ritrovare nella vita di ogni giorno: il piegare le lenzuola, il fumarsi una sigaretta in cucina, appoggiare le mani alla fine del pasto, stare seduta alla scrivania a organizzare e prendere nota. L’equilibrata esasperazione si manifesta attraverso un uso sapiente del bianco e nero con marcati contrasti di luce e ombra e decise variazioni tonali e con una modalità di guardare alle cose, alle azioni e il loro manifestarsi che ricorda il Naked Lunch di William Burroghs: l’attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta della sua forchetta.

Podavini in ogni immagine che compone MiRelLa riesce a far lavorare lo sguardo in maniera tale da intercettare quel momento in cui le cose si presentano per come sono, nude, spogliate da tutte le sovrastrutture e metafore: sono lì, sulla punta della forchetta come pezzi di cibo e basta. Non c’è un’abilità a cogliere qualcosa di fortuito da parte del fotografo, anzi, c’è la consapevolezza di dover costruire immagine dopo immagine uno sguardo che racconta una storia. Non c’è niente di casuale, di incidentale, tutto procede come lavoro sull’osservare e mostrare azioni, gesti, posture, abbracci come manifestazione di un emozione, di un dolore,  di un amore. Questo racconto non è un raccolta di attimi congelati messi insieme uno dietro l’altro, come se il mondo fosse li a produrre questi attimi pronti per essere colti da abili pistoleri, ma è un costruirsi attento e delicato, frutto di una profonda sapienza drammaturigica del visivo. Ogni immagine racchiude un elemento di unicità che fa procedure in avanti la storia del quotidiano senza ripersi, ci informa di uno stato d’animo, mai unitario, ma variabile.

E’ grazie a questa capacità di guardare che Podavini riesce a fare uno straordinario ritratto di Mirella e del prendersi cura dell’altro da sè. C’è una foto esemplare, un abbraccio dove vediamo Luigi di spalle seduto sul letto e Mirella davanti che gli si appoggia con le braccia sulle spalle. Luigi è indifeso, non sembra essere in grado di compiere nessuna azione se non guidato da Mirella. E’ letteralmente fra le sue braccia, abbandonato. Da come lei è chinata su di lui e da come tiene le braccia sulle spalle di lui non sappiamo quanto si stia appoggiando, come presa da un momento di stanchezza, quanto si sta preparando a far compiere dolcemente a Luigi uno spostamento sul letto. La compresenza di queste tensioni nei corpi fa di questo abbraccio un abbraccio non scontato, che non si presta a facile pietismo o al melodramma, ma un abbraccio dove pragmatismo, affetto e sofferenza, sono riuniti insieme per mostrarci che malattia e cura non sono elementi semplificabili, ma elementi intensi e complessi.

18 Mar 2014