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Imperial Courts / Storie di un quartiere in lotta

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Imperial Courts

di Roberto Malfagia in Editoriali, Recensioni, Riflessioni

Quali sono i modi attraverso cui la fotografia oggi può trovare un nuovo modo di essere guardata, fruita, apprezzata e pagata? Emergere dai marosi della oceano digitale che hanno sovvertito le vecchie imbarcazioni dell’editoria cartacea facendo naufragare più di un progetto editoriale, non è cosa facile e scontata. Ma c’è chi prova, si spende, cerca forme di finanziamento o cofinanziamento nuove, attiva collaborazioni per realizzare progetti a volte semplici a volte ambiziosi o per complessità tecnica o per complessità e profondità narrativa. Certo è che le competenze che l’autore deve acquisire sono molte. La profonda conoscenza delle tecniche narrative (storytelling) dei registri linguistici della fotografia, del video e della grafica, devono entrare in dialogo con le competenze  in ambito di progettazione digitale, perché anche quest’ultima, in maniera meno evidente, da forma e stile alla storia.

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Imperial Courts ne è esempio. Lavoro documentario su un quartiere di Los Angeles, racconta la trasformazione dal 1993 al 2015 del quartiere a maggioranza nera, da normale realtà cittadina in uno degli epicentri dello scontro razziale nella Los Angeles contemporanea. Gli autori Dana Lixenberg ed Eefje Blankevoort hanno lavorato durante questo periodo a stretto contattato con i residenti, che attraverso le loro testimonianze, i loro lutti e le loro speranze hanno aperto le porte dello loro case per mostrare al mondo quanto là accade, ed è accaduto.

Imperial Court è un lavoro essenziale sia dal punto di vista dell’interazione che propone, sia di come vengono raccontate le storie. L’esperienza che fa l’utente, come vengono gestite le divisioni formali delle “messa in schermo”, le scelte che possono essere effettuate, la presenza di un menù, tutte insomma le componenti compositive, stilistiche e di user experience contribuiscono a rendere la natura cruda della vita all’interno di questo quartiere.

Il “testo” che ci troviamo davanti, come è nella tipicità di questo genere espressivo è frutto di una combinazione di linguaggi: scrittura, fotografia, video, audio e design software. Le combinazioni sono miscelate sapientemente, creando a volte delle semplici per quanto efficaci parabole. Come nel caso del “If this tree could talk” dove si vede l’immagine (fotografica) in bianco e nero di un albero dell’Imperial Courts, accompagnata da un audio di strada, dove una donna ci dice che questo albero potrebbe raccontare le storie dell’intero quartiere. Che ogni ramo racconta la storia di un famiglia che vive qua. Che le brave persone sono poche. Oppure, come vediamo all’inizio, un ragazzo che ci presenta il luogo raccontandocelo attraverso una vocalità tipica della cultura hip hop che lui stesso incarna.

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La fotografia è molto presente in questo web doc, al punto tale che ne diventa la vera e propria spina dorsale, sia nel raccontare i luoghi e le architetture che le persone. Le immagini fotografiche vengono montate con altri tipi di immagini — televisive, filmiche, scannerizzazioni di disegni o screenshot di mappe di Google, ma rimangono sempre loro al centro della narrazione. Forti di un linguaggio che richiama alla tradizione del documentarismo americano della New Topography, queste fotografie raccontano uno spazio sia fisico che emotivo che fa dell’Imperial Courts un luogo unico e allo stesso tempo universale, dove lotta e segregazione, povertà e dignità si combattono ogni giorno. Fin dalla prima schermata possiamo operare delle scelte. Entrare nella parte Portraits oppure in Stories. Nella prima abbiamo un lavoro fotografico a tutti gli effetti, una serie di splendidi ritratti in bianco e nero di abitanti del quartiere che coprono ventidue anni. Molti dei volti e dei corpi delle fotografie li ritroveremo poi nella sezione Stories, dove sentiremo le loro voci raccontare. Man mano che si procede nell’esplorazione del web doc, vediamo emerge un circuito virtuoso fra fotografia, video e altri media, dove la prima o è parte integrante della narrazione, oppure quanto opera da sola come nei ritratti a una funzione o di attivare l’immaginazione o di fare da luogo di ritorno, dove in maniera ordinata e integrata, rivediamo in tanti volti che compongono le storie dell’Imperial Courts.

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Non manca la possibilità di interagire in maniera significativa con il web doc. Infatti è data la possibilità di caricare contenuti (foto, testo, video) da parte di chi sta navigando, andando così ad arricchire di materiali le storie del quartiere. Questa possibilità è gestita dai registi in maniera intelligente, usando il filtro redazionale/curatoriale, decidendo quindi se quel contenuto è pertinente al discorso che si va costruendo. Ma prima ancora di questo, la possibilità di caricare del materiale extra viene gestita con un vincolo ben preciso: può avvenire solo se la persona che vuole caricare i materiali è fisicamente presente nel quartiere. In altre parole è tramite la geolocalizzazione che il sistema del web doc permette di fare l’upload dei materiali. Sei sei li dentro lo puoi fare, altrimenti, no. Imperial Courts è un lavoro egregio, un esempio dove la scelta di un registro espressivo asciutto ed essenziale pervade in maniera trasversale e coerente tutti i linguaggi che lo compongono. Grazie a questa scelta il racconto corale si fa intimo, permettendoci un tu per tu con gli abitanti del quartiere, con i loro  pensieri, le loro storie e le loro emozioni.

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02 Mag 2016