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Anna è viva

Anna è viva

Anna è viva

di Alberto Peraldo in Editoriali

Anna ha 40 anni, ma non li dimostra.

Il film sperimentale di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli proposto al pubblico nel 1975 continua a fluire bello, vero e sincero, respirato e consumato da sguardi sempre nuovi, grazie al lavoro dell’associazione culturale Alberto Grifi che negli ultimi anni ha regalato ad Anna una seconda vita: cure, restauri, integrazioni dei materiali perduti o tagliati, “tournée” internazionale.

Anna è uno sleeper estremo, che attraverso le decadi (che nella Storia del Cinema valgono ere geologiche) e le generazioni degli spettatori si rigenera oltre confine, accolto e proiettato nei festival e nei luoghi d’arte d’Occidente assieme ad altre opere uniche di Alberto Grifi, filmaker non riconciliato scomparso nel 2007.

 

 

Anna rimane un’esperienza filmica radicale e senza paragoni, priva di calcolo e fuori dagli schemi, militante senza divisa, nel percorso di un Cinema sperimentale in cui Godard – purosangue, cerebrale, cristallizzato nel periodo storico – e Grifi – razza fantasia, artigiano di se stesso, argento vivo – viaggiano in parallelo senza contatto.

 

1

 

Anna cresce com’è nata: inafferrabile perché all’apparenza senza capo né coda, inizia come un frammento di memoria che si dipana, un fiume sotterraneo che lascia intuire foce e sorgente, l’incontro in piazza con una ragazza senza casa, tossicodipendente e incinta all’ottavo mese, fragile e incosciente. Anna, cinema del presente ante litteram, si muove senza programma in quella commistione non determinata tra cinema del reale e fiction di cui è fatto il cinema mutante del ventunesimo secolo.

 

2

 

Anna è un corpo filmico mostruoso, lungo 3 ore e mezzo, coperto di tagli, in arrivo da un altro mondo: l’Italia degli anni di piombo e della contestazione, in cui il tempo lo spazio i protagonisti vengono continuamente e imprevedibilmente invasi da momenti, azioni e persone altri, dove ogni arroganza di messa in scena si ritorce contro gli autori stessi, come nella scena in cui Sarchielli “recita” se stesso intento a passare la sporcizia di Anna sotto la doccia, seguendo un copione di falsi pidocchi per poi accorgersi un attimo dopo che i pidocchi veri stanno infestando i corpi di tutta la troupe.

 

3

 

Anna procede per cortocircuiti, vive di una coerente irregolarità, dei flussi incoscienti di un attore respinto dalle scuole di recitazione e dalle case di cura, della rivoluzione solitaria e imprevedibile di Vincenzo che abbandona da un momento all’altro il suo posto di elettricista sul set per dichiarare con tenerezza il suo amore per Anna.
Anna procede per cortocircuiti, vive di una coerente irregolarità, dei flussi incoscienti di un attore respinto dalle scuole di recitazione e dalle case di cura, della rivoluzione solitaria e imprevedibile di Vincenzo che abbandona da un momento all’altro il suo posto di elettricista sul set per dichiarare con tenerezza il suo amore per Anna.

 

4

 

Anna è un racconto clinico decorato dagli squarci sul reale più disilluso, da irruzioni insopportabili per i suoi stessi “attori”: lo sguardo amaro di Vincenzo violato dall’arroganza di una giovane compagna, lo scatto di nervi del comandante di piazza davanti allo scherno di una bambina col megafono, le urla secche delle donne travolte in un bianco e nero confuso di cappotti e manganelli (sequenza ripresa alcuni anni fa dal prezioso documentario “di montaggio” di Alina Marazzi Vogliamo anche le rose).

 

 

Anna ci sintonizza in una forma d’onda in cui la piattezza del video sgrana in dettagli materici, il fischio del registratore audio suona come una sirena esplosa, le riprese poco contrastate seguono, in un trascorrere umano e filmico estinto, le nudità corporali e verbali di una giovane borderline, condividendone l’aria, aromi e odori, sporcandosi continuamente le mani e il pensiero con una bellezza breve e infelice, fuori dal mondo.

 

22 Giu 2015